martedì 19 febbraio 2013

Tanto vale scriverne

Montata come una barattolo di panna da un commento di qualche giorno fa di Nonaddetta (che ringrazio infinitamente!!) a un mio post sui 6 mesi di Alessandro, mi sono detta che sarei ritornata a scrivere. Ho lasciato che il mio blog facesse le ragnatele, ma in realtà è un peccato... Scrivere mi ha sempre fatto un gran bene. I miei Zibaldoni di pensieri, tanto per scomodare il povero Leopardi morto di gobba, per dirla alla Guzzanti, risalgono anche ai tempi delle elementari. E adesso che sto vivendo l'esperienza più travolgente della vita non scrivo più. Alto tradimento!

Ma sapete quale è la verità dei fatti? E' che io... Non ho tempo. Cioè, non ho neanche più la testa. 

Sì, la difficoltà è anche pratica, perché ormai Alessandro di mesi ne ha quasi 10 ed è entrato nella fase kamikaze, cioè cerca di farsi del male (magari intrufolandosi dietro alla televisione e cercando di tirarsela addosso), addirittura a volte suicidarsi (per esempio, infilando la testa tra lo schienale e la parte orizzontale di una sdraio nel tentativo concreto di auto decapitarsi), o solo di attentare gravemente alla mia (in)stabilità psicofisica (scendendo di sedere giù dal divano, incurante degli ammonimenti della mamma che si fionda per prenderlo, ma arriva tardi, e tira un sospirone di sollievo quando vede che lui è riuscito a non schiantarsi al suolo e sghignazza compiaciuto delle sue capacità). Insomma, non è proprio semplice mettere insieme del tempo ininterrotto per sedersi al computer e lasciarsi andare alle parole.

Il problema però è anche più profondo, nel senso che mi sento talmente assorbita dai miei compiti di mamma che è difficile potermi concentrare su altro. Voglio dire, anche quando non c'è Alessandro, mi sembra sempre che ci sia lo stesso: il pensiero "dov'è? E' un po' che non lo sento, avrà mica raggiunto lo scaffale delle posate e avrà fatto harakiri con il coltello del pane?" si ripete rincorrendomi in ogni momento, anche quando lui non c'è (il che, a dirla tutta, per scaricare dalle responsabilità esclusive la mia follia, non accade molto spesso). Quindi, quando sono da sola, a volte voglio solo buttarmi sul divano a vedere repliche di Grey's Anatomy in rapida successione fino all'abbruttimento, senza le sue ditina che mi cavano gli occhi e mi strappano i capelli e le sue urla per cui, arrivata alla terza serie, non sono ancora sicura di aver capito bene alcune cose risalenti alle serie precedenti (per esempio, ma Addison non doveva tornare a New York una decina di puntate fa? E perchè Mark che è arrivato a Seattle praticamente per turismo adesso è il super capo della chirurgia plastica? Non si fanno concorsi per assumere il personale in quell'ospedale? Bah). Oppure cucinare un pasto decente senza dover azzannare quel che capita perché intanto poi devo imboccare lui e lui infilerà le mani nel piatto, si spalmerà metà pappa sui vestiti, un po' di cibo finirà sul seggiolone e sul mobile alle sue spalle e sul tappeto, alla fine non mangerà e il tutto si concluderà in una merolata da manuale in cui lui piangerà fortissimo e io alla velocità della luce preparerò un biberon che gli darò da bere davanti alla tv sintonizzata su un programma che lui avrà selezionato malmenando il telecomando e che io non riuscirò a cambiare perché se usassi la mano che sta reggendo il biberon per prendere il telecomando lui si offenderebbe e riattaccherebbe con la merolata e via discorrendo. 

Insomma, a volte è difficile staccarsi da tutto questo. Tante vale scriverne.

Comunque Alessandro adesso sta diventando grandissimo, è pieno di denti e di capelli. In un attimo, voilà, da pulcino spelacchiato che era si è trasformato in un piccolo leone, un tripudio di riccioletti e incisivi. Adesso poi è così buffo, quando balla "a ritmo" di musica o quando sorride felice mentre si fa portare in giro per casa a bordo suo trenino, e soprattutto così affettuoso. Certo, i miei bicipiti ormai fanno un baffo a Juri Chechi e la mia schiena... Beh, lasciamo perdere la mia schiena, e sì, sarà anche una cozza perché stare in braccio gli piace assai e si aggrappa con le unghie ai miei vestiti per non farsi mettere giù e sarà diseducativo perché è un po' viziatello e tutti gli altri dogmi della maternità perfetta, ma cosa ci posso fare se anche a me piace assai?

Insomma, da tutto questo è sempre impossibile staccarsi. Tanto vale scriverne!

sabato 8 dicembre 2012

L.O.V.E.

Qualche giorno fa un'amica mi ha mostrato una fotografia scattata dal suo compagno durante la nascita della loro figlia: sono ritratte le loro mani che si stringono. E' una foto in cui la luce arriva appena, di quell'oscurità un po' mistica che fa sembrare le forme dipinte, che lascia intravedere il "miracolo" pur lasciandolo avvolto in una sorta di mistero, come se la sua grandezza fosse inaccessibile. Un angolo di mondo in cui oltre alle dita si stringono dolore e gioia, amore e vita, la storia di due persone e l'infinita storia del mondo che si ripete. L'attimo tra il passato e il futuro che con il tempo sfugge, pur essendo quello in cui tutto cambia e si trasforma. 

L'iperreale (cosa c'è di più iperreale di un parto?) che svela la commozione più profonda.

Mi ha emozionata. Non subito, ma a posteriori. 

Di quel punto di non ritorno che è stato la nascita di mio figlio non ho molti ricordi, eppure ci penso spesso. E' stato come se lo avessi vissuto dietro a un vetro, da spettatrice. Il costante istinto di fuga da quel momento, come se fosse stato possibile, sperando fino all'ultimo di poter esercitare il controllo sugli eventi che stavano correndo da soli in modo irreversibile e premere "stop". Il rifiuto, folle, dell'iperrealtà. 

Così è stata un po' tutta la mia gravidanza. Sognata e desiderata, ma anche una finta e un gioco, un abbandono incompleto, un viaggio vissuto giorno per giorno tra negazione e accettazione della mia incapacità di dare risposte alle mie tante domande. "E' umano", mi dicevo con indulgenza, salvo poi scoprirmi sfasata rispetto alla mia stessa esperienza e in affanno nel vano tentativo di recuperare. Iperrealtà, dicevo, e non accorgersene, o non volersene accorgersene.

Così forse è per questo che l'immagine delle due persone che si accompagnano verso il futuro tenendosi per mano mi ha colpita, perché mi è sembrato prezioso poter guardare ogni tanto al momento in cui si è consumato il salto. Lo stesso in cui da qualche parte dentro di me è finalmente arrivato il coraggio.

La mia gravidanza nei miei pensieri è come quella di un'altra donna, non la mia. Il mio parto come quello di un'altra donna, non il mio. Forse io ero davvero un'altra persona. Io sono nata come mamma insieme a mio figlio. Non prima, ma ancora adesso, ogni giorno. 

L'amore? Anche ciò che si pensa essere accaduto improvvisamente non è altro in realtà che il culmine di un processo graduale, ma so che l'amore è "esploso" di notte, con il passare delle ore (poche) dall'attraversamento del ponte che dal prima mi ha condotta al dopo e poi dei giorni e poi ancora dei mesi. Amore è ancora sinonimo di coraggio.

E forse poco importa che ancora non sappiamo da dove siamo venuti. Quel che conta è l'amore e che il nostro è un amore felice.






mercoledì 5 dicembre 2012

Il dente quando arriva arriva!

Oppure non arriva, come nel nostro caso.

Almeno le nostre notti erano serene da qualche mese a questa parte, ma in questi giorni siamo tornati indietro. Tra le 2 e le 3 si sentono urla disumane provenire dalla cameretta del piccino seguite da pianto inconsolabile con tanto di lacrime che scendono a litri, volto paonazzo da rendersi quasi fosforescente anche al buio, colpi di tosse che neanche un tisico. I genitori emergono dalla fase rem più profonda di soprassalto, ma entrambi fingono, nella migliore delle ipotesi, di non aver sentito niente per cui sia necessario alzarsi o, nella peggiore, di non essersi neanche svegliati, in attesa che l'altro prenda coraggio per primo e vada sul lettino di dolore del piccolo. Arrivati nella stanza del bambino, normalmente lo si ritrova con la testa dove dovrebbero stare i piedi che gira la testa come fosse un periscopio tra una sbarra e l'altra del lettino aspettando che qualche anima pia o qualche sonnambulo accorra in suo soccorso. Così lo si prende in braccio e si prova a tranquillizzarlo, ma lui è sempre disperato. Quindi si adotta la tecnica della passeggiata veloce: per qualche ragione che fatico a capire, fare le vasche a passo molto sostenuto su e giù per il corridoio tranquillizza i bambini, almeno Alessandro e altri di nostra conoscenza, e li fa addormentare. Numero minimo di vasche perché la tecnica sia efficace: 50. Nei casi disperati se ne richiedono 100. Se alla centesima vasca il bambino è sempre agitato e si dimena come un'anguilla o peggio ancora continua ad urlare, i genitori possono sentirsi autorizzati a passare alla suppostina di Tachipirina (santa subito) sentendosi in pace con se stessi per aver fatto tutto il possibile. A quel punto il bambino si calma e dopo poco si riaddormenta più o meno placidamente.

Per le crisi dovute ai denti, ci sono anche dei gel. Un tempo bastava mettere un po' di gel sulla gengiva perché il bambino si tranquillizzasse, adesso il gel è acqua fresca. 

Giacché non è purtroppo consigliato imbottire il bambino di Tachipirina prima della nanna come tutti avrebbero la tentazione di fare, è con gioia che accolgo la notizia dell'esistenza di un'alternativa. La mia rete di intelligence di mamme parla di supposte simili alla Tachipirina, ma omeopatiche, che quindi si potrebbero usare più serenamente. Inutile dire che stamattina me ne sono procurata una scatola che ho già tatticamente sistemato nella camera di Alessandro in caso di necessità. Temo che avrò presto modo di testarle... E sogni d'oro a tutti!


lunedì 3 dicembre 2012

Con i piedi per terra: marines e tate

O con le ginocchia per terra, considerato che l'argomento è Alessandro che, più o meno gattonando, ormai ha seminato il panico nelle nostre vite.

E' iniziato tutto più o meno all'improvviso. Siccome c'è da dire che a 6 mesi inoltrati ancora di stare seduto sembrava non volersene neanche parlare, per la serie che io provavo a metterlo seduto e lui con un colpo di sedere in avanti si rimetteva disteso, mai più immaginavo una progressione tanto rapida verso ciò che stava per accadere. Prima un timido tentativo di mettersi a quattro zampe fino a trasformare quella posizione in quella preferita. Poi un'importante consapevolezza: se partendo a quattro zampe provo a mettere un ginocchio dietro l'altro e riesco addirittura a coordinare le braccia, allora mi sposto in avanti. Giacché questa impegnativa successione di mosse richiedeva un'abilità per il momento solo latente, si è passati per la fase intermedia: se gattonando non riesco ancora a fare molta strada, allora striscio. Così il soldato Ryan si aggira per casa a mo' di addestramento marines. Una gomitata dopo l'altra ed ecco che l'orizzonte si amplia in termini eccitanti per lui e inquietanti per tutti noi. 

Perché naturalmente punta per lo più a spigoli e prese della corrente; cestini da far rotolare per il bagno fino a scoprire un altro gioco fantastico, lo scopino per il water; pentole e coperchi, incautamente riposti nel piano più basso del mobile; gradini e attrezzi per il caminetto con cui giocare a "quale occhio mi caverò per primo?". Da qui a gattonare in senso stretto il passo è stato breve. Ho anche provato a sperimentare il consiglio di una nota sedicente esperta di bambini, che consiste nel prendere in mano l'oggetto che non si vuole che il bambino tocchi e dirgli pacatamente "no, amore, questo non si tocca, si tocca solo quando c'è anche la mamma" e far sì che il bambino capisca e agisca di conseguenza. Ho provato subito con i cd, altro obiettivo preferito del nostro, e come effetto ho ottenuto che mentre gli ripetevo la formula magica lui mi guardava negli occhi e rideva e che ora si rivolge allo scaffale dei cd più spesso di prima.

Adesso appoggiandosi con le braccia a un gradino si mette in piedi e le alternative che si prospettano sono due: o rendendosi conto di non saper tornare indietro chiede aiuto urlando oppure perde l'equilibrio e prende testate a destra e a mancina.

Il meglio del nostro meglio: a quattro zampe, guardava me e il suo papà sul divano che ridevamo per una battuta, tanto che contagiato dalla risata e agitandosi per l'eccitazione ha perso l'equilibrio e si è spalmato sul pavimento attaccando a piangere, più per la sorpresa che per il dolore (come spesso a mio modesto avviso accade).

Un guinzaglio? Una camicia di forza? No, forse non ci sono alternative al proteggere le prese della corrente e gli spigoli e stare appresso a questa creatura alla scoperta del mondo ogni ora ogni minuto.

E poi è volato giù dal lettone in un mio momento di distrazione. Lui non ha riportato danni, ma io ho passato una giornataccia perché mi sono sentita tremendamente in colpa per la superficialità con cui ho sottovalutato i suoi progressi motori pur più o meno conoscendoli. Mi sono detta che tutte queste novità mi stancano e mi stressano e che occuparmi di lui da sola, vista la limitatezza di familiari disposti a immolarsi per alcune ore alla settimana e gli orari di lavoro del papà del piccolo kamikaze, è troppo, quasi pericoloso. 

Così ho proceduto alla ricerca di una baby sitter. La mia pretesa era trovare una persona che per 2 mezze giornate la settimana potesse sostituirmi. In apparenza è piuttosto difficile assecondare questa richiesta, ma forse non ho scelto i canali giusti. Ho però sperimentato una tata che dopo i due giorni di prova concordati ha detto:

"Il bambino è molto vivace, non riesco a far altro che stargli dietro" (allora perché l'avrei chiamata, signora?)

"I giochi che il bambino ha a sua disposizione sul suo tappeto sono noiosi e poco stimolanti. Qual è il suo gioco preferito?" 
"La carta forno, signora... Fa rumore, si può strappare e si può mettere in bocca tranquillamente perché è per alimenti... Non è una grande idea?"
"..."

"Questa casa non mi dà sicurezza, ci vuole il box... E ci vuole anche il timer per tenere il tempo di cottura delle verdure" (altro?)

"Gli orari dei pasti del bambino non vanno bene... E la frutta del vasetto è piena di conservanti e lo yogurt per bambini è malsano" 

E per concludere con l'argomento cibo "Questa pappa sarebbe già frullata?" tirando su con espressione di disgusto il cucchiaio dal piattino in cui ho messo la pappa da me preparata, come sempre, e che il piccolo ha sempre mangiato volentieri.

E così l'esperienza con questa baby sitter si è conclusa. Per il momento continuo a fare da me e poi vedremo. 

Nel frattempo però mi è caduto l'occhio su questo:


Prima di avere figli, avrei trovato raccapricciante l'idea di una tutina per bambini con straccio per pulire per terra incorporato per sfruttare i vagabondaggi del piccolo per la casa. Adesso quasi quasi un pensierino per la letterina a Babbo Natale...



venerdì 9 novembre 2012

The first cut is the deepest...

...Ho messo via un po' di legnate
I segni quelli non si può
Che non è il male nè la botta
Ma purtroppo è il livido...

Lo canta Ligabue e lo pensavo oggi chiacchierando con alcune mamme a proposito delle nostre impressioni reciproche. Che poi è proprio quel livido l'ostacolo a rapporti nuovi, d'amicizia, d'amore o professionali che siano. Il livido genera una zona più fragile che ha memoria del dolore e la ricorda sempre a se stessa e alle altre parti del corpo. Una memoria che con il tempo va sotto a tanti strati di ragionamenti, esperienze e polvere, ma che rimane. Qualche volta si nasconde e qualche volta si rivela: per distruggere, autoalimentarsi e confermarsi, ma, qualche volta anche per chiedere il permesso di togliere il disturbo solo dopo essersi fatta conoscere. Che resti in ombra o  che si esponga, non il livido resta mai silente. Spesso assume le vesti di altro da sé, ma, anche mascherato, con la sua prepotenza riesce a sprigionare in superficie tutta la sua energia, come un terremoto provocato da un movimento in un punto non ben determinato del sottosuolo. 

Così a volte ci si perde quel che di buono può accadere o sta addirittura già accadendo su questo terreno, ricco a dispetto delle apparenze, per timore che quel livido venga di nuovo scoperto. E non è che più si va avanti con gli anni più la maturità e l'esperienza ci trattengono dal tirare su le solite barriere. Anzi. In realtà, almeno in una visione ideale, maturità ed esperienza dovrebbero fungere da esplosivo per i muri. Quante volte si pensa: "Ho imparato la lezione, questa volta non ci casco!" e non ci si accorge che invece l'errore sta proprio nel non esporsi ancora una volta? Perché si pensa che il rischio che si corre a mettere in mostra una parte di sé divenuta sensibile sia necessariamente un'altra legnata e non una bella sorpresa? Fortunatamente l'istinto di sopravvivenza spesso viene in soccorso e ci aiuta a spingerci un po' oltre il nostro scudo di protezione, così si impara che maturità ed esperienza possono costruire anche reti accoglienti in caso di caduta, non solo nuovi mattoni. All'inizio è un volo senza paracadute, nel bene e nel male. Dopo, l'alternativa non è necessariamente non spiccare il volo, ma è anche volare avendo la cura di portarsi appresso un paracadute. La saggezza sta nella capacità di fabbricarsi da sé un buon paracadute, non nel rimanere a terra.

Tutto questo per dire che ci sono persone che volontariamente o involontariamente aprono delle porte dentro di noi e più o meno inaspettatamente sanno guardarci dentro. Il livido direbbe "fuori di qui", mentre la nostra parte saggia dovrebbe dire "benvenuto". Chissà che non ci siano parti di noi che ad occhi altrui si mostrino più belle di quanto noi stessi crediamo, che diventino per altri una fonte da cui attingere e che agli altri ci uniscano e che non ci sia già chi ha scoperto della ricchezza dove noi pensavamo di celare aridità. Per alcuni siamo trasparenti per quanto ci impegniamo a oscurarci.

Rifletto su questo lungo e lento processo e mi accorgo che in questo periodo, da un po' di tempo forse, ci sono già dentro con tutte le scarpe. Ci sto lavorando e credo di aver già fatto qualche passo avanti. Forse ho qualche buon motivo per volare e un buon paracadute.

giovedì 25 ottobre 2012

6 mesi di pasticci

Quindi oggi Alessandro compie 6 mesi. Cioè, passano altri 6 mesi e ci ritroveremo qui riuniti a celebrare la sua prima candelina, magari camminerà già, dirà anche qualche parola e esibirà felice un sorriso più dentato che non. 

Che poi dicevano "una donna capisce certe cose", quando deliravo nel panico delle ultime settimane di gravidanza e temevo che non avrei riconosciuto il momento in cui andare in ospedale per conoscere finalmente l'inquilino del mio pancione. Ebbene, quel 25 aprile in ospedale sono arrivata al momento giusto perché altri mi avevano fatto notare che quei dolori che mi avevano tenuta sveglia tutta la notte non erano coliche intestinali, che forse dovevo credere all'ostetrica del pronto soccorso che per telefono mi aveva detto che i sintomi che descrivevo sembravano quelli di un principio di travaglio e non l'ennesimo falso allarme. 

Dicevano "si capisce subito se una donna è in travaglio: di solito non riesce a camminare e a descrivere a voce che tipo di dolore prova". In pronto soccorso sono arrivata sulle mie gambe e da sola ho spiegato quello che sentivo. Peccato che spiegassi fandonie. "E' che ieri sono scaduta e adesso non sto bene, non credo di essere in travaglio ma arrivate a questo punto non si sa mai" il che nascondeva il mio reale pensiero che altro non era che "insomma, sono venuta qui perché altri mi hanno detto che ero pazza ad essere ancora a casa mezz'ora fa, non perché io ci creda veramente".

Ma mi ricordo come fosse ieri il tragitto in taxi da casa all'ospedale. Il sole caldo di quel pomeriggio e il mio vestito di lana neanche fosse stato novembre (sì, ero proprio suonata). Il pensiero "chissà a cosa sto andando incontro: potrei essere rispedita a casa nel giro di un'ora dopo aver fatto una figura barbina con le ostetriche oppure... che la sorte me la mandi buona". Forse, sotto sotto, qualcosa sapevo, perché ero terrorizzata ed eccitata, malinconica per quello che mi lasciavo alle spalle e armata di coraggio e felicità in vista di ciò che sarebbe arrivato. 

Quello stesso tragitto la sera di un paio di mesi prima con contrazioni in piena forza, la rassegnazione e un'anestesia emotiva generale. Il freddo di febbraio, le luci nella sera di Milano e la mia vita che sembrava prendere una piega fino a poco prima neanche sfiorata. Ne abbiamo passate tante insieme, piccolino, non possiamo separarci proprio adesso. Il ritorno da sopravvissuta. Gli arresti domiciliari. 

E quel pomeriggio di aprile rivivevo quei momenti, ma anche le ultime settimane di libertà di quell'aprile di nuova vita, di primavera delle aspettative. Tutti i film visti al cinema, i libri letti ai tavolini dei bar all'aperto, le parole scritte accanto a una finestra spalancata che inondava la casa di sole, le compagne di pancia che una dopo l'altra rompevano le acque, quell'uomo con cui ogni sera immaginavo che lo avrei svegliato dolorante proprio quella notte e che stava diventando il padre di mio figlio.

Se la mia gravidanza non è stata come avrei voluto, lo è stato il mio parto. Non che avessi aspettative o desideri più forti di altri. Pensavo solo che avrei chiuso gli occhi e che quella fase mi avrebbe traghettata verso una nuova vita. Un salto nel buio. Volevo solo la mia epidurale e l'ho avuta. E ricordo bene il momento in cui è finito l'effetto dell'anestesia, i vari "mai più nella vita" e "adesso mi rimetto addosso la mia giacca e me ne vado da qui, è stato bello ma adesso sto impazzendo... Ah non si può? Allora qualcuno mi aiuti! Come ora sono tutti fatti miei?". Chiudi gli occhi, finirà, per forza. Zitta e spingi. 

Alla fine lui. Completamente diverso da come lo aspettavo. Scuro, capellone, incredibilmente muscoloso e strabico. Quando me lo hanno messo addosso, le pelli calde a contatto e il "ciao" che non riuscivo a dire. Il senso di estraneità dei primi momenti e la gola colma di emozioni di poche ore dopo. Lui ed io sulla sedia a rotelle fuori dalla sala parto quando ormai si era fatta notte fonda. La stanchezza fin dentro le ossa e non riuscire a dormire. Mi dicevo "sono una mamma e ho appena partorito. Io..." e non mi credevo.

I giorni di degenza sono come avvolti in una bolla nei miei ricordi. Basta poco per bucarla e far uscire una commozione che non credevo possibile. Quella per cui quando capita di passare davanti alle finestre del reparto maternità dell'ospedale ci si deve girare dall'altra parte per non farsi travolgere.

Così sono passati 6 mesi da quei giorni. Mesi bellissimi e difficilissimi. Ancora adesso mi dico che sono una mamma facendo fatica a crederci.

Comunque sia, tanti auguri piccolino mio!


venerdì 19 ottobre 2012

Capo squadriglia a capo operazione...

... il pupo è addormentato.

Dove nel film Goldfinger è questo il codice con cui il capo squadriglia Pussy Galore comunica al capo operazione Goldfinger che tutto il personale addetto alla sorveglianza di Fort Knox è sedato con il gas disperso nell'aria dagli aeroplani, nel nostro piccolo cinema domestico il capo squadriglia è il lui grande della famiglia che, intorno alle ore 22, comunica a me, capo operazione indiscusso, che il pupo, cioè il lui piccolo della famiglia, finalmente dorme. E in questo periodo di film di James Bond ce ne facciamo una scorpacciata, proprio quando il piccino parte per il mondo dei sogni nel suo lettino e noi guardiamo la tv a volume così basso che attiviamo i sottotitoli per non doverci bisbigliare nelle orecchie ogni 2 frasi "cosa ha detto?".

Una sera sì e l'altra anche far addormentare questo pupo è più o meno un incontro di boxe. Ci provo io, ci provi tu, poi non ci prova nessuno e si lascia il pupo da solo nel lettino nella speranza che ci provi e ci riesca da solo, cosa che non accade praticamente mai. Anzi, quando sembra che sia quasi successo e noi, poveri illusi, stiamo portando alla bocca la forchetta per iniziare a consumare il nostro pasto diventato ormai gelido, dal piano di sopra si sente un cigolio: il nano che reclama soccorso. Allora si torna su, lo si prende il braccio cantando la canzoncina di Peter Pan che ormai è nella nostra hit parade da mesi, gli si danno pacchette sul sedere, gli si mette il ciuccio in posizione un centinaio di volte, si fa shhhhh, lo si culla, gli si dice "guarda che da grande avrai una lauta paghetta se adesso fai la nanna", lui cigola ancora, lo si riporta sul divano a fare un po' di ginnastica giusto per scaricare le ultime energie e fargli sfregare ancora un po' gli occhi gonfi e rossi per il sonno fortissimo a cui però per qualche ragione è impossibile cedere, si impreca un pochino... E poi si gira su un fianco, chiude gli occhi, sputa il ciuccio e dorme. E' quasi sempre così, a parte casi eccezionali in cui invece urla e piange con i lacrimoni prima di crollare improvvisamente in un sonno profondissimo.

Ma va benissimo così. Perché una volta scesi dal ring lui dorme. A volte russa. E tira fino alle 8 della mattina successiva, a volte più a lungo. Alcune mattine poi ci svegliamo prima che lui annunci al mondo di essere sveglio e lo troviamo nel suo lettino con gli occhi aperti intento a studiare approfonditamente mani e coperte senza fare ba, subito pronto a farti il sorriso più grande che ci sia. Altre invece si sveglia e pigola appena e con il solito sorrisone ti ringrazia per essere andata da lui per dirgli buongiorno.

Paradossalmente, ho scoperto che lui come tanti altri bimbi, più dormono durante il giorno, meno fatica fanno ad addormentarsi la sera e più a lungo dormono. Quindi la nostra fase critica dello sfregamento violento degli occhi a cui non segue automaticamente l'addormentamento come logicamente dovrebbe essere si ripete sia la mattina che il pomeriggio. Ma c'è da dire che ne vale la pena se garantisce notti tranquille e un bimbo arzillo e felice nelle ore di veglia. 

Insomma, è proprio un bravo piccino e insieme facciamo ogni cosa. Dal portarlo dal parrucchiere (per me, con conseguenze più o meno tragiche del genere "signora, cosa ne dice se non le faccio pagare la piega e le asciugo i capelli un po' alla buona? Il bambino sembra infastidito e comunque li abbiamo spuntati, era quello l'importante", quando per bambino infastidito intendiamo una piccola iena urlante -ovviamente finché non si esce dal negozio, appena tornati in strada torna a dispensare risate-) all'andare il ristorante il sabato sera, al visitare il museo dell'Acropoli ad Atene (sì, anche il museo...) al fare chilometri e chilometri a piedi e sui mezzi pubblici perché finché non ci sono il diluvio universale l'era glaciale e l'inversione dei poli e lo spostamento dell'asse terrestre non si può stare chiusi in casa. Questo comporta biberon somministrati ovunque (ad esempio nei parcheggi dei supermercati seduti su quelle specie di panettoni di cemento che avranno anche un nome che io però ignoro) e pannolini cambiati ovunque (ad esempio in Piazza del Duomo sotto i flash dei turisti giapponesi). Se penso a come ero intimorita la prima volta che lo abbiamo portato a passeggio nella carrozzina (nato di mercoledì sera, il sabato sera era già sui navigli ed è anche finito al ristorante) credendo che suo padre fosse un pazzo incosciente e che dovevo esserlo anche io se non mi ero accorta in tanto tempo di aver unito il mio destino a quello di un uomo che determinerà la fine precoce di nostro figlio e penso a come sono adesso... Beh, si sta molto meglio adesso. Anche lui gode di ottima salute (tiè, prima che succeda qualcosa) e insieme siamo molto felici.

Soon you'll grow so take a chance with a couple of kooks hung up on romancing...