lunedì 4 marzo 2013

Fortuna fortunae

Premetto che ho pensato tanto se volessi scrivere o no dell'ultima (dis)avventura di cui Alessandro ed io ci siamo resi protagonisti e quando ho iniziato a scrivere e ho capito che non sarebbe stato facile rimanerne soddisfatta mi sono detta che non lo avrei fatto. Poi l'ho fatto lo stesso e quel che ne segue non è granché perché è ancora difficile mettere giù ogni cosa senza il rischio di risultare approssimativa o riduttiva, non tanto per chi legge, quanto per mio figlio e per me.

Essenzialmente, si tratta di una bronchite asmatica sfociata in insufficienza respiratoria trattata per qualche giorno nell'unità di terapia intensiva, risolta al meglio. Quindi, insomma, un colpo mica da poco, ma "all'ordine del giorno", per dirla molto male, considerato che si parla di bambini in inverno. Meno essenzialmente, quel che è stato nel profondo per noi è ancora dietro a un vetro opaco. Se mentre ci ero dentro andavo avanti concentrata come uno schiacciasassi o un cavallo con il paraocchi, al crollo dell'adrenalina sono crollata anche io. E infatti adesso mi sento come se fossimo tutti "in convalescenza". Intendiamoci, ero al posto giusto al momento giusto, quindi la paura è durata poco, ma tant'è il ricordo del respiro calante, del viso pallido e le palpebre a mezz'asta di mio figlio in braccio a me che mi sento come se fossi La Pietà di Michelangelo mi ferisce, forse poco alla luce del lieto fine o forse non tanto poco. Ancora non so.

Durante quei giorni ho incontrato tante mamme e qualche papà, tanti medici e tanti infermieri. C'era la confidenza con la malattia che porta a raccontarla come di un compagno di viaggio di sempre di cui si conosce ogni aspetto, confidenza che non significa necessariamente abitudine al dolore che comporta, ma mera familiarità. Qualche volta si può scherzare con la malattia perché l'intensità con cui ti penetra dal primo momento in cui inizi ad affrontarla fa sì che diventi un autentico "parente serpente"; spesso riesce bene ostentare leggerezza, però quello che ci si porta dentro alla fine delle proprie giornate, sia per chi è malato sia per chi gira attorno alla malattia, dal personale sanitario ai genitori, non saprei dirlo. Per mia fortuna, a me rimanevano solo tanta confusione e la sensazione che in fondo il prendere in giro la malattia durante le mie ore di veglia celasse un segno che faticava a rendersi invisibile, come una coperta troppo corta per un letto troppo lungo: per quanto la stendi, qualcosa resta pur sempre scoperto. 

Per mia fortuna, ho visto empatia e umanità, nonostante mio figlio non fosse né il primo né l'ultimo ad ammalarsi e io non fossi né la prima né l'ultima madre a vivere quella paura. Soprattutto, per mia fortuna, ho visto la cura e la guarigione. 

Comunque, l'ho detto qualche post fa: tanto vale scriverne. E a conti fatti posso dire che mi ha fatto bene.


Ad un certo punto arriva il momento in cui ci si improvvisa pediatri e Dalai Lama, ossia quello in cui si tira fuori tutto il proprio istinto materno e lo si asseconda nonostante le riserve altrui. Solo che dire alla fine "avevo ragione" non procura nessun piacere. Anzi.

Prima è arrivata la febbre del sabato sera, ma quella che non scende neanche con un estintore. Segue un respiro che si fa sempre più affannoso e accelerato e lui suda come fosse pieno agosto. Si fa mezzanotte e mezza e fuori nevica, ma si salta comunque in macchina con una destinazione precisa: il pronto soccorso.

E insomma che siamo arrivati lì e in un attimo diventiamo i primi della fila, così ci ritroviamo con la pediatra e un paio di infermiere attorno a noi che armeggiano con distanziatori, stetoscopi, mascherine e fanno domande sulle ore precedenti. "Fino a stamattina stava bene", è il filo conduttore delle nostre risposte. Tempo un paio d'ore veniamo accompagnati in pediatria, dove Alessandro ed io ci fermeremo fino alla mattina successiva. Dormire è impossibile, entrano ed escono pediatra e infermiere per sottoporre Alessandro a non so quanti trattamenti per l'asma in cui si era trasformato il colpo di tosse di qualche ora prima.

La domenica mattina lui stava solo peggio. Era diventato sempre più pallido e il respiro da veloce si stava facendo più lento. Ho invocato l'intervento di un pediatra e mi sono ritrovata a parlare con un'anestesista. Mica sapevo che in terapia intensiva lavorano gli anestesisti. Ah già, normalmente l'anestesista si occupa anche di rianimazione. "Possiamo aspettare ancora qualche ora e vedere come va", dice la pediatra. "No, dai, portiamolo su", dice l'anestesista. Al piano di sopra c'è la terapia intensiva pediatrica. E lì così siamo andati. Quella domenica Alessandro "festeggiava" i suoi 10 mesi.

Lui occupava il letto numero 4. La terapia intensiva è come una bolla. Un mondo quieto e solo apparentemente immobile, perché l'emergenza è sempre in agguato, perché è come camminare su un filo in tensione precaria ricercando l'equilibrio minuto per minuto. Alessandro è stato messo sotto a un caschetto trasparente attraverso cui passa aria che va direttamente su bocca e naso per aiutare i suoi bronchi ostruiti ad aprirsi. Sembrava un astronauta e a tratti riuscivo a prenderla come qualcosa di buffo, come se fosse solo una delle tante divertenti stranezze portate nella mia vita dal mio bambino. Però, mentre guardavo la neve cadere fuori dalla finestra mentre stringevo la mano di Alessandro seduta accanto al suo lettino, lo stordimento e la tristezza e la paura che si muovevano in sottofondo emergevano placidamente e si trasformavano in coraggio. Ne avevo già parlato, del coraggio, in un post di qualche tempo fa. Già, alla fine è sempre quello. Il coraggio delle mamme per cui vicino al mio piccolino diventavo una roccia e davanti ai medici ascoltavo con lucidità e non esisteva senso di solitudine e stanchezza che pesassero. Il coraggio per cui mi sentivo al sicuro dentro e fuori. 

E poi c'era la musicoterapia. Uno si immagina musica classica o New Age. E invece no: "So What?" di Pink, "Paradise City" dei Guns N' Roses sono solo alcune delle canzoni che ricordo di aver sentito in quei giorni. La mia idea è che quella sia la terapia per i parenti dei pazienti più che per i pazienti. Di certo, a me ascoltare "Twist and shout" dei Beatles mentre un infermiere mi spiegava come capire che il bambino stava dormendo guardando solo il monitor che indicava la sua frequenza respiratoria a me ha fatto bene. 

Sull'onda di uno stato d'animo positivo mi sono anche intrufolata nel reparto maternità per rivedere la "nostra" stanza dei giorni della permanenza in ospedale dopo la nascita e sì, è stato dolce e amaro allo stesso tempo, ma come poteva essere altrimenti?

Il martedì ero uscita per una passeggiata di decompressione in un improvviso e quanto mai benvenuto squarcio di primavera quando ho ricevuto la telefonata con cui dalla terapia intensiva mi informano che Alessandro stava per essere trasferito nuovamente in pediatria. Non che fosse proprio in forma quando l'ho trovato in pediatria, anzi, continuava a essere imbronciato e sonnolento, ma la rapidità del miglioramento è stata impressionante. Comunque la pediatria mi è sembrata il parco giochi: bambini che camminavano sulle proprie gambe, senza maschere per l'ossigeno sul viso né flebo. Assurdo come in un attimo fosse cambiato il mio punto di vista. 

Nella nostra stanza in pediatria avevamo a disposizione un letto per lui e una poltrona letto per me, che non ho neanche mai aperto. Lì abbiamo sempre dormito insieme. Se già eravamo uniti, in quei momenti eravamo tornati come quando lui era nella mia pancia, unito a me e dipendenti fisicamente l'uno dall'altra. Lì ha ricominciato lentamente a mangiare, a volersi muovere e a sorridere. Che meraviglioso stupore, che montagna russa.

Siamo tornati a casa giovedì pomeriggio, con un elenco di terapie che sembra la lista della spesa settimanale, ma eravamo pur sempre tornati dove tutto era iniziato. Durante il tragitto in auto rivivevo i momenti della prima volta in cui in aprile avevamo portato Alessandro a casa di appena 3 giorni. Guardavo le strade che mille volte abbiamo percorso insieme, io a piedi e lui nel suo passeggino, d'estate e d'inverno, nella nostra incasinata ma bellissima quotidianità, piena di piccoli e grandi riti e soprattutto d'amore. Non vedevo l'ora di ricominciare, lui ed io. Di rivederlo salire le scale mentre io mi lancio per fermarlo prima che scivoli, o aprire l'acqua del bidet bagnandosi fino al pannolino con il suo sorriso a 6 denti. Scacciavo finalmente i pensieri tristi e, mentre ci stringevamo per le dita, riprendevamo a respirare, tutti e due, insieme.





giovedì 21 febbraio 2013

E' una bella giornata da mamma quando...

... sei alla cassa del supermercato e con una mano sposti la spesa dal carrello al nastro della cassa mentre con l'altra impedisci a tuo figlio di buttarsi da quella parte del carrello fatto apposta per far stare seduti i bambini finché non lo metti direttamente dentro al carrello tra il detersivo per i piatti e i grissini (e poi lo porti fuori che sorride e fa ciao ciao con la manina a tutti in piedi nel carrello).

... attraversi la città per andare a trovare l'amica panciucchiera, la parrucchiera con il pancione, per una sacrosanta messa in piega e lui, che sembrava dormire placidamente nel seggiolino della macchina, rimette anche la cena di due settimane prima sul golfino pulito sporcandosi fin sotto al body (e naturalmente non hai cambi).

... nonostante la vomitata a getto, riesci a recuperare un cambio grazie all'amica panciucchiera e lo porti alla ludoteca con altre amiche mamme e figli pensando che lui possa sfogarsi e divertirsi e lui dorme fino a dieci minuti prima dell'ora in cui bisogna tornare a casa (e poi ci si dimentica che quella sera c'è Milan-Barcellona per cui la zona di San Siro è off limits e quindi per arrivare a casa ci metti più di 1 ora...).




martedì 19 febbraio 2013

Tanto vale scriverne

Montata come una barattolo di panna da un commento di qualche giorno fa di Nonaddetta (che ringrazio infinitamente!!) a un mio post sui 6 mesi di Alessandro, mi sono detta che sarei ritornata a scrivere. Ho lasciato che il mio blog facesse le ragnatele, ma in realtà è un peccato... Scrivere mi ha sempre fatto un gran bene. I miei Zibaldoni di pensieri, tanto per scomodare il povero Leopardi morto di gobba, per dirla alla Guzzanti, risalgono anche ai tempi delle elementari. E adesso che sto vivendo l'esperienza più travolgente della vita non scrivo più. Alto tradimento!

Ma sapete quale è la verità dei fatti? E' che io... Non ho tempo. Cioè, non ho neanche più la testa. 

Sì, la difficoltà è anche pratica, perché ormai Alessandro di mesi ne ha quasi 10 ed è entrato nella fase kamikaze, cioè cerca di farsi del male (magari intrufolandosi dietro alla televisione e cercando di tirarsela addosso), addirittura a volte suicidarsi (per esempio, infilando la testa tra lo schienale e la parte orizzontale di una sdraio nel tentativo concreto di auto decapitarsi), o solo di attentare gravemente alla mia (in)stabilità psicofisica (scendendo di sedere giù dal divano, incurante degli ammonimenti della mamma che si fionda per prenderlo, ma arriva tardi, e tira un sospirone di sollievo quando vede che lui è riuscito a non schiantarsi al suolo e sghignazza compiaciuto delle sue capacità). Insomma, non è proprio semplice mettere insieme del tempo ininterrotto per sedersi al computer e lasciarsi andare alle parole.

Il problema però è anche più profondo, nel senso che mi sento talmente assorbita dai miei compiti di mamma che è difficile potermi concentrare su altro. Voglio dire, anche quando non c'è Alessandro, mi sembra sempre che ci sia lo stesso: il pensiero "dov'è? E' un po' che non lo sento, avrà mica raggiunto lo scaffale delle posate e avrà fatto harakiri con il coltello del pane?" si ripete rincorrendomi in ogni momento, anche quando lui non c'è (il che, a dirla tutta, per scaricare dalle responsabilità esclusive la mia follia, non accade molto spesso). Quindi, quando sono da sola, a volte voglio solo buttarmi sul divano a vedere repliche di Grey's Anatomy in rapida successione fino all'abbruttimento, senza le sue ditina che mi cavano gli occhi e mi strappano i capelli e le sue urla per cui, arrivata alla terza serie, non sono ancora sicura di aver capito bene alcune cose risalenti alle serie precedenti (per esempio, ma Addison non doveva tornare a New York una decina di puntate fa? E perchè Mark che è arrivato a Seattle praticamente per turismo adesso è il super capo della chirurgia plastica? Non si fanno concorsi per assumere il personale in quell'ospedale? Bah). Oppure cucinare un pasto decente senza dover azzannare quel che capita perché intanto poi devo imboccare lui e lui infilerà le mani nel piatto, si spalmerà metà pappa sui vestiti, un po' di cibo finirà sul seggiolone e sul mobile alle sue spalle e sul tappeto, alla fine non mangerà e il tutto si concluderà in una merolata da manuale in cui lui piangerà fortissimo e io alla velocità della luce preparerò un biberon che gli darò da bere davanti alla tv sintonizzata su un programma che lui avrà selezionato malmenando il telecomando e che io non riuscirò a cambiare perché se usassi la mano che sta reggendo il biberon per prendere il telecomando lui si offenderebbe e riattaccherebbe con la merolata e via discorrendo. 

Insomma, a volte è difficile staccarsi da tutto questo. Tante vale scriverne.

Comunque Alessandro adesso sta diventando grandissimo, è pieno di denti e di capelli. In un attimo, voilà, da pulcino spelacchiato che era si è trasformato in un piccolo leone, un tripudio di riccioletti e incisivi. Adesso poi è così buffo, quando balla "a ritmo" di musica o quando sorride felice mentre si fa portare in giro per casa a bordo suo trenino, e soprattutto così affettuoso. Certo, i miei bicipiti ormai fanno un baffo a Juri Chechi e la mia schiena... Beh, lasciamo perdere la mia schiena, e sì, sarà anche una cozza perché stare in braccio gli piace assai e si aggrappa con le unghie ai miei vestiti per non farsi mettere giù e sarà diseducativo perché è un po' viziatello e tutti gli altri dogmi della maternità perfetta, ma cosa ci posso fare se anche a me piace assai?

Insomma, da tutto questo è sempre impossibile staccarsi. Tanto vale scriverne!

sabato 8 dicembre 2012

L.O.V.E.

Qualche giorno fa un'amica mi ha mostrato una fotografia scattata dal suo compagno durante la nascita della loro figlia: sono ritratte le loro mani che si stringono. E' una foto in cui la luce arriva appena, di quell'oscurità un po' mistica che fa sembrare le forme dipinte, che lascia intravedere il "miracolo" pur lasciandolo avvolto in una sorta di mistero, come se la sua grandezza fosse inaccessibile. Un angolo di mondo in cui oltre alle dita si stringono dolore e gioia, amore e vita, la storia di due persone e l'infinita storia del mondo che si ripete. L'attimo tra il passato e il futuro che con il tempo sfugge, pur essendo quello in cui tutto cambia e si trasforma. 

L'iperreale (cosa c'è di più iperreale di un parto?) che svela la commozione più profonda.

Mi ha emozionata. Non subito, ma a posteriori. 

Di quel punto di non ritorno che è stato la nascita di mio figlio non ho molti ricordi, eppure ci penso spesso. E' stato come se lo avessi vissuto dietro a un vetro, da spettatrice. Il costante istinto di fuga da quel momento, come se fosse stato possibile, sperando fino all'ultimo di poter esercitare il controllo sugli eventi che stavano correndo da soli in modo irreversibile e premere "stop". Il rifiuto, folle, dell'iperrealtà. 

Così è stata un po' tutta la mia gravidanza. Sognata e desiderata, ma anche una finta e un gioco, un abbandono incompleto, un viaggio vissuto giorno per giorno tra negazione e accettazione della mia incapacità di dare risposte alle mie tante domande. "E' umano", mi dicevo con indulgenza, salvo poi scoprirmi sfasata rispetto alla mia stessa esperienza e in affanno nel vano tentativo di recuperare. Iperrealtà, dicevo, e non accorgersene, o non volersene accorgersene.

Così forse è per questo che l'immagine delle due persone che si accompagnano verso il futuro tenendosi per mano mi ha colpita, perché mi è sembrato prezioso poter guardare ogni tanto al momento in cui si è consumato il salto. Lo stesso in cui da qualche parte dentro di me è finalmente arrivato il coraggio.

La mia gravidanza nei miei pensieri è come quella di un'altra donna, non la mia. Il mio parto come quello di un'altra donna, non il mio. Forse io ero davvero un'altra persona. Io sono nata come mamma insieme a mio figlio. Non prima, ma ancora adesso, ogni giorno. 

L'amore? Anche ciò che si pensa essere accaduto improvvisamente non è altro in realtà che il culmine di un processo graduale, ma so che l'amore è "esploso" di notte, con il passare delle ore (poche) dall'attraversamento del ponte che dal prima mi ha condotta al dopo e poi dei giorni e poi ancora dei mesi. Amore è ancora sinonimo di coraggio.

E forse poco importa che ancora non sappiamo da dove siamo venuti. Quel che conta è l'amore e che il nostro è un amore felice.






mercoledì 5 dicembre 2012

Il dente quando arriva arriva!

Oppure non arriva, come nel nostro caso.

Almeno le nostre notti erano serene da qualche mese a questa parte, ma in questi giorni siamo tornati indietro. Tra le 2 e le 3 si sentono urla disumane provenire dalla cameretta del piccino seguite da pianto inconsolabile con tanto di lacrime che scendono a litri, volto paonazzo da rendersi quasi fosforescente anche al buio, colpi di tosse che neanche un tisico. I genitori emergono dalla fase rem più profonda di soprassalto, ma entrambi fingono, nella migliore delle ipotesi, di non aver sentito niente per cui sia necessario alzarsi o, nella peggiore, di non essersi neanche svegliati, in attesa che l'altro prenda coraggio per primo e vada sul lettino di dolore del piccolo. Arrivati nella stanza del bambino, normalmente lo si ritrova con la testa dove dovrebbero stare i piedi che gira la testa come fosse un periscopio tra una sbarra e l'altra del lettino aspettando che qualche anima pia o qualche sonnambulo accorra in suo soccorso. Così lo si prende in braccio e si prova a tranquillizzarlo, ma lui è sempre disperato. Quindi si adotta la tecnica della passeggiata veloce: per qualche ragione che fatico a capire, fare le vasche a passo molto sostenuto su e giù per il corridoio tranquillizza i bambini, almeno Alessandro e altri di nostra conoscenza, e li fa addormentare. Numero minimo di vasche perché la tecnica sia efficace: 50. Nei casi disperati se ne richiedono 100. Se alla centesima vasca il bambino è sempre agitato e si dimena come un'anguilla o peggio ancora continua ad urlare, i genitori possono sentirsi autorizzati a passare alla suppostina di Tachipirina (santa subito) sentendosi in pace con se stessi per aver fatto tutto il possibile. A quel punto il bambino si calma e dopo poco si riaddormenta più o meno placidamente.

Per le crisi dovute ai denti, ci sono anche dei gel. Un tempo bastava mettere un po' di gel sulla gengiva perché il bambino si tranquillizzasse, adesso il gel è acqua fresca. 

Giacché non è purtroppo consigliato imbottire il bambino di Tachipirina prima della nanna come tutti avrebbero la tentazione di fare, è con gioia che accolgo la notizia dell'esistenza di un'alternativa. La mia rete di intelligence di mamme parla di supposte simili alla Tachipirina, ma omeopatiche, che quindi si potrebbero usare più serenamente. Inutile dire che stamattina me ne sono procurata una scatola che ho già tatticamente sistemato nella camera di Alessandro in caso di necessità. Temo che avrò presto modo di testarle... E sogni d'oro a tutti!


lunedì 3 dicembre 2012

Con i piedi per terra: marines e tate

O con le ginocchia per terra, considerato che l'argomento è Alessandro che, più o meno gattonando, ormai ha seminato il panico nelle nostre vite.

E' iniziato tutto più o meno all'improvviso. Siccome c'è da dire che a 6 mesi inoltrati ancora di stare seduto sembrava non volersene neanche parlare, per la serie che io provavo a metterlo seduto e lui con un colpo di sedere in avanti si rimetteva disteso, mai più immaginavo una progressione tanto rapida verso ciò che stava per accadere. Prima un timido tentativo di mettersi a quattro zampe fino a trasformare quella posizione in quella preferita. Poi un'importante consapevolezza: se partendo a quattro zampe provo a mettere un ginocchio dietro l'altro e riesco addirittura a coordinare le braccia, allora mi sposto in avanti. Giacché questa impegnativa successione di mosse richiedeva un'abilità per il momento solo latente, si è passati per la fase intermedia: se gattonando non riesco ancora a fare molta strada, allora striscio. Così il soldato Ryan si aggira per casa a mo' di addestramento marines. Una gomitata dopo l'altra ed ecco che l'orizzonte si amplia in termini eccitanti per lui e inquietanti per tutti noi. 

Perché naturalmente punta per lo più a spigoli e prese della corrente; cestini da far rotolare per il bagno fino a scoprire un altro gioco fantastico, lo scopino per il water; pentole e coperchi, incautamente riposti nel piano più basso del mobile; gradini e attrezzi per il caminetto con cui giocare a "quale occhio mi caverò per primo?". Da qui a gattonare in senso stretto il passo è stato breve. Ho anche provato a sperimentare il consiglio di una nota sedicente esperta di bambini, che consiste nel prendere in mano l'oggetto che non si vuole che il bambino tocchi e dirgli pacatamente "no, amore, questo non si tocca, si tocca solo quando c'è anche la mamma" e far sì che il bambino capisca e agisca di conseguenza. Ho provato subito con i cd, altro obiettivo preferito del nostro, e come effetto ho ottenuto che mentre gli ripetevo la formula magica lui mi guardava negli occhi e rideva e che ora si rivolge allo scaffale dei cd più spesso di prima.

Adesso appoggiandosi con le braccia a un gradino si mette in piedi e le alternative che si prospettano sono due: o rendendosi conto di non saper tornare indietro chiede aiuto urlando oppure perde l'equilibrio e prende testate a destra e a mancina.

Il meglio del nostro meglio: a quattro zampe, guardava me e il suo papà sul divano che ridevamo per una battuta, tanto che contagiato dalla risata e agitandosi per l'eccitazione ha perso l'equilibrio e si è spalmato sul pavimento attaccando a piangere, più per la sorpresa che per il dolore (come spesso a mio modesto avviso accade).

Un guinzaglio? Una camicia di forza? No, forse non ci sono alternative al proteggere le prese della corrente e gli spigoli e stare appresso a questa creatura alla scoperta del mondo ogni ora ogni minuto.

E poi è volato giù dal lettone in un mio momento di distrazione. Lui non ha riportato danni, ma io ho passato una giornataccia perché mi sono sentita tremendamente in colpa per la superficialità con cui ho sottovalutato i suoi progressi motori pur più o meno conoscendoli. Mi sono detta che tutte queste novità mi stancano e mi stressano e che occuparmi di lui da sola, vista la limitatezza di familiari disposti a immolarsi per alcune ore alla settimana e gli orari di lavoro del papà del piccolo kamikaze, è troppo, quasi pericoloso. 

Così ho proceduto alla ricerca di una baby sitter. La mia pretesa era trovare una persona che per 2 mezze giornate la settimana potesse sostituirmi. In apparenza è piuttosto difficile assecondare questa richiesta, ma forse non ho scelto i canali giusti. Ho però sperimentato una tata che dopo i due giorni di prova concordati ha detto:

"Il bambino è molto vivace, non riesco a far altro che stargli dietro" (allora perché l'avrei chiamata, signora?)

"I giochi che il bambino ha a sua disposizione sul suo tappeto sono noiosi e poco stimolanti. Qual è il suo gioco preferito?" 
"La carta forno, signora... Fa rumore, si può strappare e si può mettere in bocca tranquillamente perché è per alimenti... Non è una grande idea?"
"..."

"Questa casa non mi dà sicurezza, ci vuole il box... E ci vuole anche il timer per tenere il tempo di cottura delle verdure" (altro?)

"Gli orari dei pasti del bambino non vanno bene... E la frutta del vasetto è piena di conservanti e lo yogurt per bambini è malsano" 

E per concludere con l'argomento cibo "Questa pappa sarebbe già frullata?" tirando su con espressione di disgusto il cucchiaio dal piattino in cui ho messo la pappa da me preparata, come sempre, e che il piccolo ha sempre mangiato volentieri.

E così l'esperienza con questa baby sitter si è conclusa. Per il momento continuo a fare da me e poi vedremo. 

Nel frattempo però mi è caduto l'occhio su questo:


Prima di avere figli, avrei trovato raccapricciante l'idea di una tutina per bambini con straccio per pulire per terra incorporato per sfruttare i vagabondaggi del piccolo per la casa. Adesso quasi quasi un pensierino per la letterina a Babbo Natale...



venerdì 9 novembre 2012

The first cut is the deepest...

...Ho messo via un po' di legnate
I segni quelli non si può
Che non è il male nè la botta
Ma purtroppo è il livido...

Lo canta Ligabue e lo pensavo oggi chiacchierando con alcune mamme a proposito delle nostre impressioni reciproche. Che poi è proprio quel livido l'ostacolo a rapporti nuovi, d'amicizia, d'amore o professionali che siano. Il livido genera una zona più fragile che ha memoria del dolore e la ricorda sempre a se stessa e alle altre parti del corpo. Una memoria che con il tempo va sotto a tanti strati di ragionamenti, esperienze e polvere, ma che rimane. Qualche volta si nasconde e qualche volta si rivela: per distruggere, autoalimentarsi e confermarsi, ma, qualche volta anche per chiedere il permesso di togliere il disturbo solo dopo essersi fatta conoscere. Che resti in ombra o  che si esponga, non il livido resta mai silente. Spesso assume le vesti di altro da sé, ma, anche mascherato, con la sua prepotenza riesce a sprigionare in superficie tutta la sua energia, come un terremoto provocato da un movimento in un punto non ben determinato del sottosuolo. 

Così a volte ci si perde quel che di buono può accadere o sta addirittura già accadendo su questo terreno, ricco a dispetto delle apparenze, per timore che quel livido venga di nuovo scoperto. E non è che più si va avanti con gli anni più la maturità e l'esperienza ci trattengono dal tirare su le solite barriere. Anzi. In realtà, almeno in una visione ideale, maturità ed esperienza dovrebbero fungere da esplosivo per i muri. Quante volte si pensa: "Ho imparato la lezione, questa volta non ci casco!" e non ci si accorge che invece l'errore sta proprio nel non esporsi ancora una volta? Perché si pensa che il rischio che si corre a mettere in mostra una parte di sé divenuta sensibile sia necessariamente un'altra legnata e non una bella sorpresa? Fortunatamente l'istinto di sopravvivenza spesso viene in soccorso e ci aiuta a spingerci un po' oltre il nostro scudo di protezione, così si impara che maturità ed esperienza possono costruire anche reti accoglienti in caso di caduta, non solo nuovi mattoni. All'inizio è un volo senza paracadute, nel bene e nel male. Dopo, l'alternativa non è necessariamente non spiccare il volo, ma è anche volare avendo la cura di portarsi appresso un paracadute. La saggezza sta nella capacità di fabbricarsi da sé un buon paracadute, non nel rimanere a terra.

Tutto questo per dire che ci sono persone che volontariamente o involontariamente aprono delle porte dentro di noi e più o meno inaspettatamente sanno guardarci dentro. Il livido direbbe "fuori di qui", mentre la nostra parte saggia dovrebbe dire "benvenuto". Chissà che non ci siano parti di noi che ad occhi altrui si mostrino più belle di quanto noi stessi crediamo, che diventino per altri una fonte da cui attingere e che agli altri ci uniscano e che non ci sia già chi ha scoperto della ricchezza dove noi pensavamo di celare aridità. Per alcuni siamo trasparenti per quanto ci impegniamo a oscurarci.

Rifletto su questo lungo e lento processo e mi accorgo che in questo periodo, da un po' di tempo forse, ci sono già dentro con tutte le scarpe. Ci sto lavorando e credo di aver già fatto qualche passo avanti. Forse ho qualche buon motivo per volare e un buon paracadute.